Motom 48 restaurato da collezione

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Motom 48 restaurato da collezione
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    Splendido esemplare di ciclomotore Motom 48 restaurato in perfette condizioni, per collezionisti ed amatori.
    Uno dei più celebri ciclomotori del Secondo Dopoguerra, il Motom 48. Visto con gli occhi di oggi, questo motorino concepito nella seconda metà degli Anni Quaranta si dimostra tuttora capace di stupirci: pensate, il motore è a quattro tempi ed il telaio precorre quello delle moderne BMX. Se fosse prodotto oggi, ovviamente debitamente ammodernato, avrebbe ancora un suo mercato.

    La genesi del Motom 48 è da ascriversi alla famiglia De Angeli-Frua, comproprietaria della celebre Pininfarina e nota per le sue importanti attività nel settore tessile, che nel Secondo Dopoguerra era alla ricerca di nuovi sbocchi produttivi ed aveva individuato nella grande fame di mezzi a motore da parte del mercato italiano la soluzione ai propri problemi industriali. Fu così affidato il progetto di un nuovo ciclomotore a Battista Falchetto, già importante progettista della Lancia e braccio destro del patron e fondatore dell’omonima Casa, Vincenzo Lancia. Falchetto resterà nella storia per aver progettato anche il V6 dell’Aurelia e della Flaminia, ovvero il primo motore V6 prodotto in grande serie. Fu lui a disegnare quel telaio tanto innovativo di cui parlavamo poc’anzi, così come il motore ad esso accoppiato, e che con poche modifiche sarebbe rimasto sulla breccia fino alla chiusura della Casa, alle soglie degli Anni Settanta.

    I primi prototipi ed anche la prima fase della produzione dei Motom 48, ancora noti col nome di “Motomic”, si basò sulle Carrozzerie Farina e sulle officine meccaniche Ghirò di Torino oltreché su quelle Frua di Milano, grazie proprio ai legami parentali che univano i De Angeli-Frua coi padroni di queste importanti aziende destinate, successivamente, a confluire nella più celebre Pininfarina.

    Fu nel 1947 che venne presentato il primo prototipo, al Salone di Ginevra. Il nome era “Motomic” e la Casa madre risultava registrata in Svizzera per ragioni meramente fiscali ma anche di marketing: nell’immaginario collettivo la Svizzera, terra di orologi precisissimi e della meccanica fine, nonché di celebri marchi motociclistici dalla meccanica estremamente raffinata ed oggi dimenticati come Motosacoche e Moto Reve, era a quel tempo la sede ideale per un prodotto che voleva distinguersi dalla concorrenza per qualità e raffinatezza. La produzione vera e propria, tuttavia, avveniva in Brianza: perché, al di là di tutto, il Motom era italiano, italianissimo.

    Il motore, già a valvole in testa in un’epoca in cui ancora predominavano le valvole laterali, aveva una potenza di 1,4 cavalli, sufficienti a proiettare il ciclomotore a quasi settanta chilometri all’ora. Il peso in totale non superava i trentacinque chili e la produzione, che oltrepassò le seicentomila unità, s’estese dal ’47 al ’70. Eccezionali i consumi: i settanta chilometri con un litro erano facilmente a portata di mano, esattamente come i tanti “micromotori” che a quel tempo s’applicavano alle biciclette ma che non regalavano certo le medesime prestazioni.

    Il Motom (così chiamato dall’unione delle parole “moto” ed “atomo”, perché a quel tempo l’energia atomica rappresentava l’ultima frontiera e dava un’impressione di grande modernità) fu una delle icone dell’Italia del Secondo Dopoguerra.

    Informazioni aggiuntive

    Dimensioni180 × 67 × 98 cm